IL CIELO IN UNA STANZA.. COSTA 500 EURO

Contro le dure leggi di un mercato che tende alla schizofrenia,la parola d’ordine in grado di fronteggiare questo trend negativo è COABITAZIONE. Necessità per poter risparmiare e sopravvivere nella quotidiana lotta dura e dignitosa alla non retrocessione da questa società.
Certo aprire una finestra su quanto costa la vita in una grande metropoli,aprirebbe dinamiche purtroppo dure,dove le delusioni sarebbero forti,dato che oggi il prezzo della propria vita è determinato dal datore di lavoro (quando c è ne uno). Eppure bizzarra Italica contraddizione è uscito di recente uno spot ministeriale dallo slogan -sicurezza sul lavoro,la pretende chi si vuole bene- .
A Milano,il folto esercito dei coabitatori (studenti,pendolari,lavoratori giovani e adulti) aumenta sempre di più. Cifre del Sunia parlano nel 2009 di un 60% perlopiù costituite da queste categorie,quasi alla pari con Roma. La media delle singole (fonte idealista.it) è sui 460,e le zone piu care Porta Garibaldi – Porta Venezia,mentre la piu economica bicocca si attesta sui 400 euro.. poi aggiungo io,chi volesse osare a venire al gratosoglio quartiere dormitorio popolare,dove l’unica connotazione che lo rende parte della città a parer mio è data solo dal tram che si distende dal centro fino all hinterland piu estremo le tariffe scendono di una cinquantina di euro,sempre che non si tratti di affitti in nero e alloggi occupati.
Tutta questa giungla di cifre in una città che con i suoi grattacieli che si slanciano verso l’alto,dove dinamiche inarrestabili vedono sempre piu loft per single,anziani soli,e migranti in aumento,e bamboccioni della prima ora e tant’altro..Per Tutto ciò
spesso manca una vera progettualità politica in ambito abitativo,una sorta di “architettura delle idee” è un pò piu di responsabilità che coordini questi processi,per ridare in primo luogo cittadinanza alla Persona Umana.

Pubblichiamo e riceviamo da Christian Condemi

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Quote Latte: la verità, oltre le chiacchiere

Una gentile lettrice del quotidiano on line, ha scritto una lettera al Direttore, in cui si chiede perchè le multe delle quote latte non le paghi Casini. La motivazione della sua richiesta è duplice: da un lato, sostiene di essere stufa di sentrlo “sproloquiare sulle quote latte, accusando di proteggere i “furbetti”, dall’altro sostiene che le quote latte sono state introdotte dai democristiani. In entrambi i casi possiamo dire di essere di fronte ad esempi di disinformazione, sicuramente in buona fede.

Intanto diciamo subito che le multe che gli agricoltori dovrebbero pagare, sono spalmate nell’arco di 14 anni senza interessi, come afferma Ciolos, commissario europeo per l’agricoltura, facilitazione che, a causa dell’agire di questo governo, verrà a decadere, oltre ad avere una multa aggiuntiva di 1 miliardo di euro. Ma da dove originano le quote latte e quando è avvenuta questa multa?

Negli anni ’80, per sostenere l’agricoltura e, allo stesso tempo, cercare di regolamentare ed equiparare il settore a livello economico, così nel 1984 si decise di introdurre un sistema di quote individuali da non superare, in modo da non incrementare ulteriormente la produzione di materia prima che nessuno voleva, e il valore della quota era pari alla quantità di prodotto che ogni singola azienda dichiarava di avere prodotto nel 1983. Ma questo dato era fallato all’origine, perchè dall’italia fu dichiarato molto meno di quanto effettivamente prodotto (circa il 50% in meno).
Quindi sfatiamo una prima convinzione errata: non fu una decisione presa da un partito o da un governo, fu una decisione a livello comunitario basandosi sui dati, che le stesse aziende avevano dichiarato (complessivamente 8.823 tonnellate), ma quelle cifre erano sbagliate perchè gli stessi agricoltori avevano diminuito le loro quantità ufficiali a causa delle vendite in nero.

La quota latte non è, da un punto di vista giuridico, una concessione a produrre, perchè l’allevatore può liberamente produrre e commercializzare latte anche oltre la propria quota, salvo avere la consapevolezza di incorrere, così facendo, nel pagamento di un tributo (il prelievo supplementare) molto elevato, tanto da rendere fortemente anti-economica tale produzione e relativa commercializzazione. Alcuni allevatori, allora, decisero di violare la legge e di produrre e vendere in nero il latte in più, non pagando il prelievo supplementare. Nel 1996, in seguito agli sforamenti da parte dei coltivatori italiani, furono comminate le prime multe che hanno portato alla multa di 3 miliardi di euro, che deve essere pagata ora. E sapete come si è giunti a questa cifra? Perchè anno per anno viene sforata la quota. E non viene sforata di tantissimo, basterebbe che gli allevatori limitassero di poco la loro produzione, infatti per il periodo 2006-2007, avendo superato del 6% le quote assegnate, la multa era di circa 176 milioni (l’80% delle multe totali assegnati in Europa quell’anno per gli sformaenti delle quote latte), l’anno prima fu di 188 milioni e nel 2005 di 141 milioni (mentre nel 2004 fu di 166 milioni di euro). In pratica anno per anno, i produttori italiani sforano di circa il 5-8% il tetto delle quote latte, accumulando multe che non pagano. Ma sapete quale è la cosa ancora più notevole? Che lo sforamento totale italiano è, in percentuale, molto piccolo, ma comprota che paghiamo l’80% delle multe comminate in Europa. Come si vede, quindi, l’origine del problema non è di un partito o di un governo.

Sull’altra obiezione, quella che riguarda i “furbetti”, non sono io a rispondere alla lettrice suddetta, ma il veneto ministro Galan, che ha dichiarato che meno del 5% degli agricoltori sta protestando, mentre tutti gli altri hanno pagato le multe senza alcun problema, come testimoniato anceh dalle associazioni di categoria che erano per sanzionare gli allevatori che avevano violato le regole. Come si vede, non c’è nessun intento di volere fare un torto agli allevatori, e non è vero che la maggioranza degli allevatori rischia di chiudere, ma sono solo poche persone, che non vogliono pagare e fare ricadere la loro scelta sulle tasche di tutti noi cittadini.

Spero di avere chiarito il quesito della signorina, che sono certo ora concorderà che bisogna sanzionare quei pochi allevatori che violano le regole e prosperano danneggiando tutti gli altri allevatori, e sono la maggioranza, che le rispettano.

Non son degni di sopravvivere!

Terapia Intensiva NeonataleLa manovra finanziaria attualmente in discussione prevederebbe forti tagli che riguardano anche i posti letto in Terapia Intensiva Neonatale.

Purtroppo devo ancora mettere alla vostra attenzione il cinismo con cui si approccia al tema della sussistenza a persone socialmente indifese e deboli.
Credevo di aver assistito al peggio della natura umana quando parlai della possibilità di escludere le persone affette dalla sindrome di Down dai benefici economici.
Purtroppo ogni giorno ne leggo qualcuna che mi fa accapponare la pelle più del giorno precedente.

E’ proprio di questi giorni una lettera aperta del CIMO-ASMD in cui si evidenzia, come ampiamente previsto, che la manovra economica, che vorrebbero far passare dal voto di fiducia, sopprimendo tutte le possibili migliorie, taglierà i trasferimenti economici dallo Stato alle Regioni e ai Comuni e di conseguenza ridurrà le prestazioni nei settori della disabilità, della salute mentale e degli anziani fragili; condizionerà negativamente anche i servizi sanitari ospedalieri e territoriali, di fatto, facendo sparire le politiche della prevenzione.

La manovra porterà al licenziamento di migliaia di medici precari impegnati nei settori dell’Emergenza e al pensionamento di 30.000 medici e dirigenti sanitari con l’impossibilità di assicurare la continuità assistenziale e l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza a causa della riduzione dei posti letto e delle sedute operatorie e comporterà l’allungamento delle liste di attesa anche per le prestazioni radiologiche di alta tecnologia.

Per un settore delicato quale quello della Terapia Intensiva Neonatale, dove già oggi scarseggiano i posti letto, ulteriori tagli rappresenterebbero una sciagura di proporzioni inimmaginabili.

In un intervento pubblico, la deputata Binetti, componente della Commissione Affari Sociali della Camera, ribadisce e amplifica gli allarmi che da molte parti si levano.
Riprendendo l’appello lanciato dal direttore dell’unità di Terapia intensiva neonatale del Policlinico Umberto I di Roma si possono facilmente comprendere concetti semplici ed elementari.
Si comprende benissimo che i reparti di TIN vanno oltre una logica puramente economica in quanto non sono possibili falsificazioni, come nel caso delle persone affette dalla sindrome di Down, i bambini sono lì sotto gli occhi di tutti, non hanno nemmeno la possibilità di chiederti aiuto.
Se un neonato è a rischio, se non è ben trattato fin dal primo momento, corre seri rischi di morire o di diventare un invalido vero con costi molto più alti per la nostra sanità, senza dimenticare il costo umano e personale altissimo di chi sarà sempre un disabile.

In alcuni ospedali questi tagli sono già proposte operative che verranno messe in atto se non si riuscirà a far ragionare con cognizione di causa chi vede le persone indifese come numeri da mettere su un foglio Excel.

In totale si parla di circa 27mila posti letti in meno mascherati da razionalizzazioni ma che inevitabilmente porteranno ricadute sulla qualità del servizio e sulla responsabilità professionale già messa sotto scacco dal crescente ricorso alla giustizia ordinaria.

Concludo augurandomi che sia solo un colpo di sole estivo e se non lo fosse vi chiedo di vigilare e di amplificare la debole voce di chi ci chiede solo una mano per sopravvivere.


Alessio Fabio d’Avino

Expo 2015: l’Italia rimedierà una nuova figuraccia?

Dopo le dimissioni di Stanca, e l’ingresso di Sala come amminstratore delegato dell’EXPO 2015, è necessario fare il punto della situazione.
Ed è una situazione niente affatto rosea.

Il 31 marzo 2008, Milano ottiene il privilegio di organizzare l’EXPO 2015, un evento mondiale che, secondo i commentatori dell’epoca, avrebbe portato lustro e fama alla città meneghina, avrebbe rivitalizzato come non mai l’aereoporto internazionale di Malpensa, ma soprattutto tanti soldi e tanti tanti tanti posti di lavoro.

28 mesi dopo, ovvero 2 anni e 4 mesi dopo, se si va a controllare lo stato dei lavori, ci si accorge che nulla è successo, se non cambiare tre volte l’amministratore delegato: prima Glisenti, voluto dalla Moratti (e definito “inutile” dai giornalisti e “Rasputin della Bovisa” da Guido Rossi), poi, fatto fuori Glisenti per scarsa produttività, viene nominato Stanca, direttamente dal presidente Berlusconi. Dopo 14 mesi, e 450.000 euro di stipendio annuo, anche Stanca abbandona, e allora il pallino torna nelle mani della Moratti che fa nominare Sala (già direttore generale al comune di Milano, e manager di Pirelli) come nuovo Amminstratore Delegato.

Nel frattempo, nulla è stato realizzato: la Pedemontana non si sa ceh fine abbia fatto; erano previste due linee della metropolitana, ma nulla è stato fatto; il centro stampa o la sede Rai sono miraggi; la moschea (su cui insorge la lega), le vie d’acqua, o i nuovi parchi (necessari in una delle città più inquinate d’europa), sono delle fantasie al pari dei folletti e degli unicorni.
Ma non è finita: si prevedono 30 milioni di visitatori durante questo EXPO che dovrebbero essere ospitati in un’area di oltre 1 milione di metri quadrati (si parla addirittura di 1,4 milioni), ma ad oggi non solo non sono stati iniziati i lavori (che è grave), ma non sono stati neanche comprati i terreni (che è peggio) e non è stata neanche realizzata la società paritetica tra Comune, Provincia e Regione (ancora peggio) che dovrebbe scucire i 200 milioni necessari per comprare questi terreni che sono ancora in mano all’Ente Fiera e al gruppo Cabassi, mentre il Comune, la Regione, la Provincia, Assolombarda, la Camera di Commercio, il Ministero del Tesoro e il governo decidano cosa fare.Perchè anche la decisione di comprare i terreni è stata rimessa in discussione: la Moratti ha cambiato idea e propone di non acquistare i terreni, ma affittarle in comodato d’uso e restituirle dopo avere smontato i padiglioni alla fine della Fiera. I risultati sono: risparmio ora, e risparmio futuro (perchè finito l’EXPO, di questa area e di questi padiglioni, cosa ce ne faremo?). Purtroppo a Formigoni l’idea non piace. Il governatore vuol comprare le aree a tutti i costi, per essere precisi al costo di 200-250 milioni, uno sproposito per un terreno agricolo. Ma in compenso un magnifico affare per gli amici ciellini dell’Ente Fiera.

Ad aumentare la confusione interviene Calderoli, con una terza ipotesi, non comprare nulla, non usare terreni privati, ma organizzare l’Expo con le strutture fieristiche già esistenti. E’ l’unica idea della Lega? No, è l’idea della lega bergamasca, di cui Calderoli è fiero esponente: i leghisti del varesotto la pensano come il consigliere d’amministrazione leghista dell’Expo, Leonardo Carioni: “Forse sarebbe meglio lasciar perdere tutta ‘sta storia e concentrarsi a riparare le buche nelle strade”. L’asse Bossi-Tremonti è Expo scettico da sempre, anzi per Tremonti, sarebbe da evitare, se è vero che Tremonti ha detto: “Non vedo perché tanti cinesini dovrebbero venire a vedere l’Expo di Milano”, , mentre tagliava tutto il tagliabile (da qui le lamentele della Presidentessa Bracco)  e Bossi ha dato ai suoi un solo, saggio consiglio: “Non firmate niente, perché poi la Corte dei Conti chiede i soldi a voi”.
La Lega, a onor del vero, è stata l’unica forza politica a rilevare fin dal principio l’anomalia, unica della storia, di un Expo progettato su terreni privati e non pubblici. Con tutti i rischi connessi, in una città ormai in mano al conflitto d’interessi e a bande di affaristi che nella migliore delle ipotesi viaggiano sotto le sigle poco rassicuranti della Compagnie delle Opere e del gruppo Ligresti, e nella peggiore portano dritti ai clan della ‘ndrangheta. Ma così, col fuoco perenne dei veti incrociati, il gioco dell’Oca dell’Expo torna ogni volta alla casella di partenza, alla foto di gruppo del 28 marzo 2008.

E Berlusconi? Pilatescamente se ne lava le mani, d’altronde non è detto che lui nel 2015 ci sia ancora, tanto che, all’ultima riunione con il comitato, mentre gli veniva spiegato il progetto, pare che si sia assopito, salvo poi congedare tutti con belle parole di ottimismo.
E quello che rimane sono quindi i vari Fromigoni, Calderoli, Bossi, Moratti, CL, Tremonti, che si fanno la guerra, perchè loro nel 2015 ci saranno, per cercare di fare passare la propria idea e non quella degli altri, con il risultato che ormai, da 7 anni cisiamo ridotti a soli 4 anni e ancora non si iniziano i lavori.
Anzi, perderemo anocra tempo, perchè Sala ha deciso di presentare un nuovo piano operativo che sarà pronto tra 6 mesi. E intanto? Tutto fermo.

ABOLIZIONE DELLE PROVINCE:ecco PERCHE’ SI’

ABOLIZIONE DELLE PROVINCE CON MENO DI 500.000 ABITANTI e DEI COMUNI CON MENO DI 1.000 ABITANTI

Abolire per risparmiare, non per cancellare identità culturali, storia e caratteristiche locali: questo bisogna che la gente cominci a capire, accettare e condividere. Nessuno deve vivere come un’ ingiustizia  tali interventi, ma li deve anzi sostenere,  perché  nascono da un’idea lungimirante, dalla capacità di guardare oltre il proprio orticello e con l’ obiettivo principale di un ritorno positivo per tutti.

Del resto, non lo vediamo ogni giorno come annaspano  alcune piccole province, quanti e quali tagli devono apportare in ogni settore, di quanta poca autonomia finanziaria godano in concreto? Parallelamente, assistiamo a evidenti sprechi che le riguardano: personale, uffici, facilitazioni a vario titolo riservate… Il tutto, mentre i servizi pubblici sono sempre più carenti e i problemi dei cittadini aumentano e restano irrisolti.

Non si venga a dire che solo gli amministratori locali sono vicini alle reali necessità del territorio e di esse si fanno portavoci! Io direi che solo una politica condotta in nome del bene comune risolve i problemi dei cittadini; solo una politica lontana da interessi di parte alla fine fa gli interessi di tutti.

Oggi, in modo particolare, anziché allargare lo sguardo e ampliare l’orizzonte, si ha l’impressione che i nostri politici si arrocchino su posizioni di parte, sostenuti da categorie di cittadini, ai quali garantiscono una difesa a oltrananza degli interessi che li riguardano in una specie di società di mutuo soccorso, o se preferite in perfetta sintonia con il vecchio detto latino “Do ut des”.

Se poi, per tornare al commento delle proposte considerate, queste piccole realtà non hanno fondi per nessuna miglioria, non possono prevedere alcun intervento pubblico necessario, non possono sostenere nessun tipo di progetto… che importanza ha? Si può sempre tuonare e inveire contro lo Stato, colpevole di tutto.

Non sarà, invece, colpevole soprattutto di non saper prendere decisioni impopolari per il bene di tutti i suoi cittadini? Chiunque si trovi ad occupare posti di comando talvolta deve prendere decisioni impopolari e invise ai più in nome di una lungimiranza che non è di tutti, o che solo lui può avere dato il posto che occupa. Eppure, se è un vero “capo”, lo fa, dandosi da fare perché i risultati positivi arrivino il prima possibile per tutti. Allora perché tanta gente che ha liberamente scelto di candidarsi per il bene comune non ha il coraggio di parlar chiaro da subito, invece di stringere  patti poco chiari e di fare promesse compromettenti?

Forse, perché non ha in mente il bene comune, ma il suo, soprattutto!

Allarme energie rinnovabili se passa la manovra di tremonti

Riceviamo da Vittorio Olivati e pubblichiamo:

Una forte limitazione agli investimenti nell’energia elettrica generata da fonte eolica, biomasse a filiera corta, biogas e rifiuti biodegradabili sarà la conseguenza della “Manovra Tremonti” se ne verrà approvato l’art. 45, che prevede l’abolizione dell’obbligo di ritiro dell’eccesso di offerta di Certificati Verdi (CV).
Attualmente i CV sono l’unica incentivazione per impianti, alimentati dalle suddette fonti energetiche, di potenza superiore a 1 MW (200 kW per l’eolico), emessi nella misura di uno per ogni MWh generato da tali fonti. Questo incentivo è basato su un meccanismo di mercato per cui chi immette energia elettrica generata non con fonti rinnovabili deve immetterne una percentuale generata con fonti rinnovabili e, se non vi riesce, deve comprare CV in quantità proporzionale a quanto manca con quest’ultima forma di produzione.
I CV, tuttavia, hanno validità triennale. Per compensare questa restrizione, prima la Legge Finanziaria 2008 (art. 2, comma 149) ed in seguito il D.M. 18/12/2008 (art. 15) hanno disposto e regolamentato il ritiro (di fatto, l’acquisto), da parte del GSE, dei CV a rischio di scadenza, ad un prezzo prefissato. La spesa complessiva di tale acquisto viene coperta dalla componente A3 in bolletta.
L’art. 45 del DL 78 del 31/05/2010, noto come “Manovra correttiva 2010” o anche “Manovra Tremonti”, consiste appunto nella soppressione delle suddette norme, in modo che i produttori di energia elettrica con le sopraccitate fonti rinnovabili si troveranno un’improvvisa decurtazione dei proventi da CV.
Un provvedimento che costituisce un ulteriore caso di quell’incertezza normativa che gli esperti di investimenti in energia rinfacciano al nostro Paese e collocano regolarmente fra le “Weakness” delle SWOT analysis sul tema.
Cosa ancora più grave, anche l’ennesimo caso di “sgambetto” a qualcosa di valido ma che evidentemente dà fastidio a qualcuno, inserendolo in una legge – contenitore in maniera da renderlo poco visibile per la presenza di svariati altri interventi legislativi, che agiscono da diversivo poiché su di essi si incentra l’attenzione dei principali mass media e quindi dell’opinione pubblica. Tanto più che l’articolo 45 non ha nulla a che vedere con gli obiettivi contentuti nella “Manovra correttiva 2010” (scaricabile da http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/manovra2010/dl_20100531.pdf): “il contrasto all’evasione fiscale”, il “contenimento della spesa pubblica” ed il “rilancio della competitività economica”. I CV non hanno nulla a che fare con l’evasione fiscale, né con la spesa pubblica (come spiegato sopra, la loro copertura finanziaria è sostenuta da fornitori di energia elettrica e da una voce in bolletta). Quanto al “rilancio della competitività economica”, addirittura si va in senso opposto: le energie rinnovabili sono (o, forse, se si va avanti così, sarebbero state) un’occasione di rilancio dell’industria manifatturiera in crisi. La sensazione di voler agire quasi di nascosto è accentuata dall’assenza di riferimenti alla norma in oggetto nel Dossier sulla “Manovra correttiva 2010” nel sito del Governo http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/manovra2010/). In particolare, la pagina http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/manovra2010/competitivita.html, in cui si affrontano in dettaglio alcuni articoli della manovra, arriva all’art. 44. Se fosse scritta su carta, si potrebbe commentare “che abbiano finito l’inchiostro?”, ma essendo scritta via computer l’interrogativo diventa, in modo ancora più aderente al tema, “che abbiano finito… l’energia?”.
Uno strumento complesso come i Certificati Verdi può solo essere distorto da estemporanei interventi legislativi che si concentrano solo su un particolare del loro funzionamento. Certo, il meccanismo dei Certificati Verdi ha necessitato di diversi correttivi che ne hanno reso imprevedibili gli effetti e meriterebbe una revisione, ma ben più articolata e ponderata, oggetto di una legge di ridefinizione apposita, e non di un dozzinale articolo in Finanziaria.
E’ comunque con amarezza che si constata che, mentre l’IBM, la cui offerta copre pressoché tutti i rami dell’IT, mette in evidenza nel suo sito le sue soluzioni per l’energia eolica negli USA, in Italia prosegue un misto di superficialità ed avversità da parte delle Istituzioni per la stessa forma di energia.
 
Per saperne di più:
– sui Certificati Verdi ed altri incentivi alle fonti rinnovabili::
http://www.gse.it/attivita/Incentivazioni%20Fonti%20Rinnovabili/Pagine/QuadroNormativo.aspx
http://www.gse.it/attivita/Incentivazioni%20Fonti%20Rinnovabili/Servizi/Pagine/RilascioCertificativerdi.aspx?Idp=1&Anno=&SortField=Created&SortDir=DESC
http://www.gse.it/attivita/Incentivazioni%20Fonti%20Rinnovabili/Pubblicazioni%20informative/Guida%20Fonti%20Rinnovabili.pdf– il testo della “Manovra Tremonti”:
http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/manovra2010/dl_20100531.pdf

Israele e l’assalto alle navi di aiuti: un atto senza logica

Riceviamo e pubblichiamo.

Il premier turco ha definito un atto terrorista l’attacco dell’esercito israeliano al convoglio navale che portava aiuti umanitari a Gaza. E’ stato più preciso il suo ministro, che lo ha definito un atto di pirateria come quelli dei predoni somali. Che però sono spesso più bravi degli Israeliani: hanno imparato a non fare vittime.

Se l’incursione fosse avvenuta nelle acque territoriali israeliane, cosa che potrebbe in qualche modo giustificarla con il respingimento di una forzatura di un blocco navale difensivo, gli Israeliani l’avrebbero provato, magari esibendo la rotta percorsa dalle navi fino a quell momento, la cui registrazione è rimasta in loro possesso. L’unica altra giustificazione possibile è che le navi portassero, mescolati a volontari e generi di prima necessità, guerriglieri o carichi di armi. Ma se così fosse, a quest’ora le autorità israeliane li avrebbero trovati e mostrati al mondo. E se ci fossero stati dei guerriglieri e  delle armi da fuoco, i primi, sapendo che a quel punto sarebbero stati riconosciuti, le avrebbero usate contro gli Israeliani, che invece risultano essere gli unici ad avere sparato.

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