Il credito tradito: storie di truffe a danno di artigiani e famiglie

Il credito è un elemento vitale sia per le famiglie, ma anche per le aziende piccole e grandi.
Proprio per questo il settore creditizio deve, più di tanti altri, essere responsabile e regolamentato.
Ovviamente la regolamentazione non deve essere “eccessiva” o si rischia di ingessare il settore provocando una mancaza di liquidità gravissima per l’economia; d’altro canto non si può neanche tollerare una regolamentazione nulla, altrimenti si moltiplica il rischio delle truffe.
Questa situazione porta ad impattare fortemente non solo sulle famiglie, ma anche sugli artigiani e le piccole imprese che costituiscono il 95% del tessuto produttivo italiano, proprio quel “popolo delle partite iva” che a parole sono fortemente difesi dal centrodestra, ma che poi, nei fatti, sono lasciati a loro stessi a causa di palesi vuoti normativi che il governo non sembra volere colmare.
Per potere sopravvivere, questo immenso popolo produttivo ha bisogno di potere fare affidamento sul mercato del credito e su un impianto legislativo che sia semplice, chiaro e funzionale.
A queste necessità bisogna aggiungere anche le famiglie che hanno bisogno di potere accedere al credito in maniera semplice, efficiente, a costi contenuti e con regole chiare.
Ignorare queste necessità sacrosante, significa condannare a morte certa gli artigiani, le piccole imprese e le famiglie che compongono il tessuto sociale e produttivo dell’Italia e dare spazio ai truffatori e agli usurai.

E se per il sud si parla di emergenza usura, anche il Nord non sta meglio, anzi molto più spesso si sentono di problemi legati alle famiglie e alle piccolissime imprese artigiane del Nord che sono vittime di truffe. Quale è una delle cause più comuni? La mancanza di regole per il settore della riscossione dei crediti.
Il rischio connaturato alle imprese e agli artigiani è l’insolvenza del debitore, in questo caso quali sono le strade che possono essere perseguite?
Se la situazione non si sblocca, parte l’azione legale e il pignoramento.
Ovviamente tutto ciò si scontra con i ritardi della giustizia italiana e con una logica di base: banche e finanziarie non scatenano guerre legali per crediti di poche migliaia di euro, preferendo agire velocemente e in via stragiudiziale, incaricando del recupero società esterne specializzate (609 in Italia di cui 152 iscritte a Unirec), che attuano una politica di stressare i tempi, in quanto più il debito è fresco, più alte sono le probabilità di recupero.E qui arriviamo ad una debolezza sistemica che mi lascia molto perplesso. Le aziende di recupero credito, operano in un ambito scarsamente regolamentato, o per meglio dire, in un ambito dove le regole pur essendoci sono confuse, si prestano a molteplici interpretazioni e spesso vengono disattese grazie ai ritardi della giustizia italiana di cui sopra. In pratica, lo scopo di queste aziende è quello di recuperare i crediti vantati dai clienti, molto spesso piccole aziende e artigiani.

Cosa succede quindi?
Semplice, che abbiamo aziende di recupero crediti che possono avere una ragione sociale “confusa”: possono associare all’attività di recupero crediti qualsiasi altra attività che ha una minima attinenza, anche se questa è molto labile. Molte aziende di recupero credito, infatti, si intestano pure una attività investigativa, di bonifica ambientale da spie e microspie, di indagini di marketing e così via.
Inoltre un altro punto debole della struttura del recupero crediti è data dalla mancanza di una uniformità di contratti: molto spesso le piccole società di recupero crediti pongono delle clausole vessatorie, non è infrequente infatti il caso in cui si riservano di pagare al cliente molto dopo che hanno recuperato il credito.
Questo chiaramente non aiuta chi si trova ad operare stabilmente con queste società e che si trovano a subire dei soprusi quando chiedono di rientrare in possesso dei prorpi crediti, anche per la lentezza della giustizia italiana. Siccome molte piccole aziende si rivolgono a queste società di recupero credito, diventa vitale per l’economia che si intervenga per regolamentare il settore.
Infatti, sempre più spesso accade che le aziende di recupero crediti, quando riescono a recuperare grosse cifre per conto di artigiani e di piccole imprese, tardino poi a girare le somme ai legittimi proprietari, mettendo in crisi gli artigiani e i piccolissimi imprenditori che devono fronteggiare con i loro risparmi o, peggio ancora, contraendo debiti in attesa di potere rientrare delle solle che spettano loro. Quale è il risultato? Che le aziende di recupero credito lucrano interessi e spesso tentano il colpaccio, trattenere più di quanto è loro dovuto, mentre quel famoso 95% di tessuto produttivo italiano, ovvero piccolissime aziende e artigiani, devono sottostare a dei diktat mafiosi, devono indebitarsi, e spesso devono chiudere la loro attività, generando ulteriore sfiducia e disoccupazione nelle famiglie. Ma quel che è peggio di tutta questa situazione è che non sembra ceh l’attuale governo voglia fare qualcosa, condannando di fatto al fallimento tutta la struttura sociale e produttiva italiana. Parliamo di milioni di artigiani, milioni di famiglie, milioni di perosne oneste che con il loro lavoro sostengono l’economia italiana.

Quali possono essere le soluzioni? Intanto istituire dei fondi di garanzia e delle assicuraizoni pagate dalle stesse società di recupero crediti e che tutelano i loro clienti; poi stabilire dei percorsi accelerati in sede di giudizio, anche tramite arbitrati, per attivare la restituzione delle somme da parte delle società di recupero credito, restituzione che deve potere avvenire anche coattivamente.
Infine, uniformare i contratti e stabilire quali sono le clausole ingiuste e i tempi minimi e massimi di pagamento una volta che la società di recupero è entrata in possesso delle somme da recuperare.
Dobbiamo fare pressione perchè troppe piccole aziende, troppo famiglie, troppi artigiani stanno subendo soprusi a causa della inerzia del legislatore che non interviene in questo settore così importante.

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2 Risposte

  1. Si è creato un circolo vizioso che si sta avvitando ormai troppo su se stesso.
    Parlando dei mutui casa, se fino a qualche anno fa li elargivano forse troppo apertamente adesso si arriva al paradosso.
    Professionisti che lavorano da anni nel settore della consulenza (avvocato e perito assicurativo) si sono visti negare un mutuo su un appartamento, e sottolineo, bilocale, perché entrambi non potevano fornire sufficienti garanzie.
    Ma se il lavoro “fisso” ormai non c’è più come mai potranno acquistare casa due giovani professionisti, sottolineo accreditati?
    Certo rivolgendosi ad istituti esteri le cose diventano leggermente più semplici… ma quale è la contropartita? Capitali e interessi che volano all’estero… alla faccia del rientro!!!

    • il punto è che vi è una schizofrenia di fondo: da un lato si chiede alle banche di essere più liberali nel concedere credito per sostenere acquisti e imprese.
      D’altro canto poi queste stesse persone chiedono maggiore rigore nei bilanci, maggiori vincoli e maggiori controlli per evitare ceh le banche possno correre rischi. E questo comporta una riduzione del credito.
      Ora, a mio avviso non possiamo fare provvedimenti una tantum, ma serve un riordino completo della legislazione di tutto il settore.

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