Non son degni di sopravvivere!

Terapia Intensiva NeonataleLa manovra finanziaria attualmente in discussione prevederebbe forti tagli che riguardano anche i posti letto in Terapia Intensiva Neonatale.

Purtroppo devo ancora mettere alla vostra attenzione il cinismo con cui si approccia al tema della sussistenza a persone socialmente indifese e deboli.
Credevo di aver assistito al peggio della natura umana quando parlai della possibilità di escludere le persone affette dalla sindrome di Down dai benefici economici.
Purtroppo ogni giorno ne leggo qualcuna che mi fa accapponare la pelle più del giorno precedente.

E’ proprio di questi giorni una lettera aperta del CIMO-ASMD in cui si evidenzia, come ampiamente previsto, che la manovra economica, che vorrebbero far passare dal voto di fiducia, sopprimendo tutte le possibili migliorie, taglierà i trasferimenti economici dallo Stato alle Regioni e ai Comuni e di conseguenza ridurrà le prestazioni nei settori della disabilità, della salute mentale e degli anziani fragili; condizionerà negativamente anche i servizi sanitari ospedalieri e territoriali, di fatto, facendo sparire le politiche della prevenzione.

La manovra porterà al licenziamento di migliaia di medici precari impegnati nei settori dell’Emergenza e al pensionamento di 30.000 medici e dirigenti sanitari con l’impossibilità di assicurare la continuità assistenziale e l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza a causa della riduzione dei posti letto e delle sedute operatorie e comporterà l’allungamento delle liste di attesa anche per le prestazioni radiologiche di alta tecnologia.

Per un settore delicato quale quello della Terapia Intensiva Neonatale, dove già oggi scarseggiano i posti letto, ulteriori tagli rappresenterebbero una sciagura di proporzioni inimmaginabili.

In un intervento pubblico, la deputata Binetti, componente della Commissione Affari Sociali della Camera, ribadisce e amplifica gli allarmi che da molte parti si levano.
Riprendendo l’appello lanciato dal direttore dell’unità di Terapia intensiva neonatale del Policlinico Umberto I di Roma si possono facilmente comprendere concetti semplici ed elementari.
Si comprende benissimo che i reparti di TIN vanno oltre una logica puramente economica in quanto non sono possibili falsificazioni, come nel caso delle persone affette dalla sindrome di Down, i bambini sono lì sotto gli occhi di tutti, non hanno nemmeno la possibilità di chiederti aiuto.
Se un neonato è a rischio, se non è ben trattato fin dal primo momento, corre seri rischi di morire o di diventare un invalido vero con costi molto più alti per la nostra sanità, senza dimenticare il costo umano e personale altissimo di chi sarà sempre un disabile.

In alcuni ospedali questi tagli sono già proposte operative che verranno messe in atto se non si riuscirà a far ragionare con cognizione di causa chi vede le persone indifese come numeri da mettere su un foglio Excel.

In totale si parla di circa 27mila posti letti in meno mascherati da razionalizzazioni ma che inevitabilmente porteranno ricadute sulla qualità del servizio e sulla responsabilità professionale già messa sotto scacco dal crescente ricorso alla giustizia ordinaria.

Concludo augurandomi che sia solo un colpo di sole estivo e se non lo fosse vi chiedo di vigilare e di amplificare la debole voce di chi ci chiede solo una mano per sopravvivere.


Alessio Fabio d’Avino

Annunci

Che bella notizia: in Italia non ci saranno più disabili!

DownLa felicità di almeno 38mila persone in Italia

Certo, sarebbe un titolo che a nove colonne farebbe la felicità di almeno 38mila persone in Italia, e quantomeno dei rispettivi 72mila genitori, ma la triste realtà è che con la nuova finanziaria molte di queste persone e di quelle il cui futuro dipende solo dalla solidarietà delle persone come noi, sarebbero semplicemente cancellate.

Ancora una volta lo sguardo miope della politica si discosta da quelle che sono le necessità dei più deboli.

La proposta di legge finanziaria, il cui testo non è ancora stato reso pubblico, cancellerebbe o renderebbe meno agevole il ricorso al sostegno per le 38mila persone affette dalla sindrome di Down.
La percentuale per richiedere l’assegno di invalidità, secondo le prime indiscrezioni, passerebbe dal 74% attuale all’85% con uno sforzo che nelle intenzioni si avvarrà di circa 100mila controlli straordinari.

Fonti autorevoli quali Pietro Vittorio Barbieri, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap hanno già espresso la propria incredulità di fronte ad un provvedimento che mette in discussione tutte quelle persone, che affette dalla sindrome di Down, normalmente vedono riconosciuta una percentuale di invalidità pari al 75%, che risulterebbero quindi escluse dal magro beneficio dei 256 euro mensili.

La cifra è già di per sé irrisoria, tenuto conto che per beneficiarne è necessario avere un reddito annuo non superiore ai 4408 euro. Ma chi ha un familiare a carico con questa patologia sa benissimo che tale cifra non va a compensare in alcun modo le giornate di lavoro perse a causa delle necessità di cura e di trattamento dei loro familiari.

La legge non ammetterebbe deroghe, quando invece, come nel caso specifico, un semplice esame del sangue non darebbe adito a contestazioni di sorta, sempre che, beninteso, si voglia ancora considerare le persone affette da sindrome di Down degli invalidi.

Il Coordown, coordinamento di 80 associazioni che promuovono i diritti delle persone down afferma che solo il 10% degli stessi accede ad un lavoro retribuito, paventando quindi il pericolo che il restante 90% resti senza alcun reddito. Franca Bruzzo, segretaria del Coordown, inoltre, ribadisce il pensiero che la fonte maggiore di sussistenza per il soggetto down, ricadrà sempre sui familiari costretti già adesso a lavorare part-time o a rinunciare a progressi di carriera, evidenziando il fatto che anche a livello regionale i tagli alla spesa si indirizzeranno alle politiche di sostegno.

Anche i volontari delle Onlus vivono questi momenti di ansia, pregando che non si ponga la fiducia al provvedimento nella speranza di emendare quella che sembra una brutta pagina di coesione e cultura civile.

I dati dicono che in Italia, per l’invalidità civile, siamo addirittura dietro a Polonia, Ungheria, Francia e Germania con una spesa media inferiore all’Europa dei 15.

Ma il caso eclatante della Sindrome di Down fa passare in secondo luogo quelli che sono i disturbi neuropsicologici dell’apprendimento su cui la riflessione non si pone neppure.

Sto parlando di disgrafia, discalculia, dislessia per esempio.

Se per la dislessia abbiamo però una vasta cultura accademica e umana, al punto che viene da tempo riconosciuta come un importante disturbo dell’apprendimento, non lo stesso posso dire degli altri due.

Qualche settimana fa era comparsa la notizia di un bonus per chi avesse bambini disabili sotto i 3 anni. Sinceramente non so se questa proposta sia andata a buon fine o fosse solo l’ennesima sparata. Fatto sta che chiunque che abbia un po’ di buon senso, capisce con estrema semplicità, che per alcuni disturbi dell’apprendimento, la diagnosi non può che essere fatta che dopo l’avvio della scolarizzazione.

Tanto per avere dei riferimenti, la disgrafia è un disturbo specifico della scrittura nella riproduzione di segni alfabetici mentre la discalculia si manifesta nell’incapacità di fare calcoli a mente, contare, eseguire le procedure delle operazioni aritmetiche, memorizzare le tabelline e così via.

Purtroppo questi disturbi sono intrinsecamente subdoli e, ahimè, vengono a galla quando è già tardi per intervenire. Le scarse conoscenze, dovute sicuramente a carenza di specifiche conoscenze da parte del personale docente, fanno sì che il bambino, in età scolare, sia costretto a inseguire traguardi quali un dettato, lo scrivere in corsivo, imparare le tabelline o incolonnare le operazioni, che non sarà mai in grado di fare. Gli strumenti correttivi esistono, ma i metodi di insegnamento, forse non ancora adeguati, rischiano di indurre nel bambino una autostima che tende sempre più allo zero quanto più cresce la scolarità.

Un bambino che non è in grado di scrivere in corsivo in terza elementare rappresenta un problema per le insegnanti ed è solo a quel punto che, con l’aiuto del sostegno, si riesce ad individuare la patologia.
Nel frattempo noi abbiamo un bambino che è vessato dalle insegnanti, punito dai genitori, escluso dai compagni di classe solo perché la società non è in grado di aiutarlo a cercare una via sulla quale ha tutte le capacità di stare, in eccellenza, da solo.
La possibilità di usare gli strumenti informatici e la capacità del corpo insegnanti di capire che il bambino può dare il meglio esprimendosi in altre forme diverse da quella scritta, aiuta enormemente a riacquistare quella autostima che è necessaria ad affrontare anche la vita sociale.

Anche in questi casi le difficoltà delle famiglie rimangono enormi rispetto alle attenzioni che deve riceve il bambino. Sedute di riabilitazione, sedute di psicomotricità, sedute psicologiche riempiono con cadenza plurisettimanale l’agenda dei genitori, con ovvie ricadute sul lavoro.

Purtroppo i DDL 1006 e 1036 che dovevano di fatto regolamentare e sancire queste difficoltà relative all’apprendimento sono in discussione dal 2008 e, viste le premesse, non lasciano presagire nulla di buono per il fronte del sostegno.

Concludendo, senza cadere nelle conseguenze etiche e cristiane che mi contraddistinguono, non ritengo degno di uno Stato che ha gettato le basi e ha diffuso cultura umanistica per oltre due millenni, cadere nella pratica Spartana, dove se eri diverso si era autorizzati a buttarti giù dalla rupe.


Alessio Fabio d’Avino

felicità di almeno 38mila persone

Autocritica di un’Italia in crisi d’identità

Piene le piazze reali o virtuali di gente che critica. Parole dirette o indirette che biasimano il sistema e le persone che ne sono a capo. Prendono piede sempre in misura maggiore le constatazioni generali per cui << qualcosa che non va c’è>>. Ma cosa? L’economia? Un concetto astratto, di cui tanti parlano, sproloquiano, oserei dire, senza sapere nemmeno di cosa realmente stanno parlando. Un concetto così astratto, ma che diventa improvvisamente concreto quando si va a constatare con interviste o indagini strappalacrime le situazioni delle famiglie italiane lasciate sole da uno Stato assente laddove c’è il padre, operaio cassaintegrato, come unica fonte di sostentamento.
Allora che sia lo Stato il vero problema? La sua assenza è il vero problema o è la sua onnipresenza nell’ambito dell’informazione e dell’indottrinamento delle persone? Lo Stato in realtà ha perso la sua identità, è come se si fosse privato di una coscienza storica, come se non sapesse più che si basa sì su una “sovranità”, che nessuno mette in discussione, ma come secondo fondamento basilare dovrebbe contemplare la “spersonalizzazione del comando politico”. Invece sempre più è il personaggio che sembra detenere il potere: decide, sbriga, fa e disfa.
Il cittadino perplesso, assiste attonito a tutto ciò, viene meno il suo interesse, manifesta sdegno, toglie il rispetto e la stima non solo ai singoli, i responsabili, ma leggendo i comportamenti del cittadino ecco che si incontra una sineddoche e rispetto e stima vengono tolti all’intero apparato istituzionale. Il problema quindi sta nelle Istituzioni? Ma ne sono rimaste realmente? Un’istituzione è qualcosa che identifica una struttura sociale, un’organizzazione. Le istituzioni creano e applicano regole che governano il comportamento umano di una persona in un determinato territorio. Se per territorio, poi,intendiamo la Nazione siamo finiti. Siamo stati privati della coscienza di un’identità condivisa, dal sentimento di appartenenza a tale identità e di solidarietà che dovrebbe legarci. Consolazione non richiesta è il constatare che la strategia del “divide et impera” è sempre una buona strategia per risolvere molte questioni. Sempre prendendo spunto dagli Antichi Romani i nostri tempi han riproposto un tipo di politica allora diffusa, quella del “panem et circenses”.
Ecco che allora la gente mischia i reali problemi con le fatiche sopportate dall’ultima starlet costretta a spostare un casco di banane su una fantomatica isola; la gente versa lacrime perché non riesce a trovar lavoro e le stesse lacrime vengono versate perché il proprio beniamino non diventerà mai famoso. La gente ride di gusto quando i comici fan parodia della loro vita e ride pure per le parole che uomini di governo rivolgono alla comunità ed infine gioisce euforicamente quando il proprio leader fa vane promesse così come quando vede allo stadio la propria squadra vincere.
Rilevare questa confusione nella gente è spiazzante, non capire cosa voglia veramente, non capire se il Popolo “c’è o ci fa”, se sa di essere in un’Italia reale, dove partecipare non significa prender parte al televoto, ne tanto meno organizzare cori da stadio. Partecipare significa ricreare la cultura, interessarsi in maniera pratica a ciò che ci sta intorno, significa sentire nuovamente l’esigenza di essere educati per ritrovare quella coscienza civica e civile che volutamente ci è stata azzerata. Vuol dire essere critici anche nei confronti di noi stessi, che fino a ora ci siamo accontentati di “omogeneizzati culturali” guardando in una direzione unica. E’ ora di cambiare prospettiva, è ora di vederci protagonisti e non più limitarci ad assistere a un penoso avanspettacolo per il quale abbiamo pagato un biglietto fin troppo caro: l’identità, quella che orgogliosamente dovrebbe farci sentire Italiani.

Federica Taddei

Don Bosco Running a favore di Haiti

Donbosco runningDi corsa, per divertirsi e far del bene
Domenica 16 la seconda edizione della «Donbosco Running», tra Paderno Dugnano e il parco Lago Nord

Scatta domenica mattina la seconda edizione della «Donbosco Running», marcia non competitiva di 13 chilometri – per i più esperti e allenati – e di 5 chilometri per i piccoli, le famiglie e per chiunque voglia fare «quattro passi in compagnia». Dopo il successo dell’edizione 209, che ha visto in pista oltre mille partecipanti, la marcia si avvia a diventare un appuntamento tradizionale del calendario sportivo della provincia di Milano. La manifestazione, oltre ad avere una «dimensione sportiva», è una delle iniziative della Scuola Don Bosco di Paderno Dugnano per promuovere l’aggregazione delle famiglie sul «territorio», e uno strumento di solidarietà per contribuire all’azione delle organizzazioni umanitarie che operano per aiutare persone in difficoltà. Il contributo per la marcia di quest’anno sarà devoluto alla popolazione di Haiti colpita dal terremoto, attraverso l’opera della onlus Case delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Port-au-Prince.

Canale VilloresiIl percorso tocca diversi punti del Parco del Grugnotorto-Villoresi con l’attraversamento del Parco Lago Nord e sfrutta nuove e vecchie piste ciclabili di Paderno Dugnano. Consente inoltre di “guardare” da vicino alcune ville storiche di Paderno Dugnano tra cui Villa Rotondi, Villa Dugnani, Villa Uboldi-Orombelli e Villa Gargantini. Chi corre la 13 Km percorre anche lo splendido viale alberato di Villa Bagatti-Valsecchi, alla cui destra si estende la nascente Oasi dei Gelsi, e costeggia tratti, ormai riconvertiti ad oasi naturalistiche, del Canale Villoresi e del Seveso, su cui si affaccia anche il Parco Borghetto. E’ possibile iscriversi anche il giorno della gara, dalle 8 alle 9, nei pressi della partenza.

L’iniziativa ha il Patrocinio da parte del Comune di Paderno Dugnano e della Provincia di Milano. Dell’organizzazione della corsa si fa carico un gruppo di genitori della scuola, suddivisi in commissioni, che curano e gestiscono ogni aspetto dell’iniziativa. Lungo il percorso saranno garantiti, oltre alle pattuglie della Polizia Municipale, punti di controllo e di sicurezza gestiti dagli organizzatori coadiuvati dal GOR e dall’Associazione Nazionale Carabinieri. Il contributo di partecipazione è pari a 5 euro (bimbi fino a 6 anni gratuiti). Comprende pettorale, ristori e riconoscimento di partecipazione.

Sicuri che sia sbagliato tassare Internet?

InternetLa proposta di tassare le utenze Internet presentata da FIEG è stata bocciata da governo e opposizione

Certo, una piccola vittoria degli utenti, ma che lascia ancora l’amaro in bocca per chi, come il sottoscritto, auspicava l’apertura di un confronto aperto, con un occhio lungo su quello che la Rete rappresenta.

A mio avviso si è nuovamente persa l’occasione per stabilire delle regole, dei comportamenti e delle opportunità che un mezzo libero da qualsiasi condizionamento politico rappresenta.

L’importanza di una informazione libera, indipendente e slegata da modelli che ormai sanno di muffa, passa anche attraverso la capacità di ragionare e di trovare soluzioni diverse alle nuove sfide che si presentano e che si presenteranno.

Si poteva cogliere l’occasione di questa proposta per analizzare e trovare, finalmente, quell’armistizio che gli utenti stanno da tempo cercando e combattendo contro il moloch del copyright, che benché vada tutelato, non deve essere usato come una clava per chi vuole diffondere ed ottenere cultura dalla Rete.

Molte associazioni si battono da tempo per un utilizzo ed una “depenalizzazione” della diffusione culturale slegato dallo scopo di lucro, come ScambioEtico e LiberLiber, ma purtroppo si scontrano con cavilli assurdi che ben poco c’entrano con lo scopo originale che la tutela del copyright aveva.

Basta leggere questo comunicato di Liber Liber o il manifesto di Scambio Etico per capire quali sono le ragioni che mi spingono ad affermare che forse, una tassa o, chiamatela come volete, un contributo volontario, sarebbe forse il minore dei mali se pensate al fatto che voi, scaricando un film come la Corazzata Potiomkin, una commedia di Eduardo, un libro del Verga rischiate il carcere, quando uno che investe ed uccide rischia meno di voi.

Badate bene, in molti casi, non si parla di diritti dei detentori del copyright o degli eredi, ma semplicemente delle case editrici o di distribuzione che hanno acquistato i diritti.

Questo lo ritengo semplicemente scandaloso e vergognoso quando fino a pochi anni fa nessuno si scandalizzava se registravi una C60 da un vinile e poi se ti piaceva andavi a comprare l’originale.

Alessio Fabio d’Avino

Caso Vividown vs Google: Luci e ombre

VividownLe motivazioni della sentenza del caso Vividown contro Google

Sono certamente destinate a suscitare polemiche ad oltranza e suscettibili di interpretazioni personali le motivazioni che hanno portato alla condanna di tre dirigenti di Google per aver concesso, o quantomeno per non aver impedito, la diffusione in rete di un video del 2006 che mostrava maltrattamenti ad un bambino disabile.

Dopo la denuncia, i familiari del ragazzo oggetto delle angherie dei suoi coetanei, avevano ritirato la denuncia, con la promessa da parte di Google di un maggior impegno nel sociale.

Ma nonostante ciò la causa è proseguita sostenuta dall’Associazione Vividown fondata nel 1988 che da allora si prodiga per l’inserimento, l’assistenza e il supporto a chi con la sindrome di Down ci convive.

Dalle oltre 100 pagine della motivazione si evince che non può esistere la sconfinata prateria di Internet dove tutto sia permesso e niente possa essere vietato.

C’è anche da dire che Google non ha ancora fatto nulla per porre un freno a questi casi, come altri peggiori a mio avviso, per rendere la navigazione più sicura anche a tutela dei minori.

L’argomento è ormai scottante e a doppio taglio.

Limitare per legge, come avviene in Cina o in Iran, l’utilizzo di Internet è pericoloso per la libertà e nocivo per le garanzie individuali, quando viene spropositamente messo sotto controllo.

Ma anche le recenti sentenze persecutorie contro il download “illegale” sono un’offesa al comune senso della proprietà intellettuale, che come ribadito e portato avanti dall’Associazione Scambio Etico, occorrebbe rivedere nell’ottica di un equilibrio, di un armistizio che potrebbe portare solo vantaggi per entrambe le parti in causa.

A mio avviso, le leggi per perseguire comportamenti dannosi per l’etica e per la società ci sono e vanno applicate.

Non vorrei però che si tenti di forzare la mano su argomenti che dal punto di vista sociale non rappresentano quel pericolo che vorrebbero farci credere quasi uniparando un download ad un omicidio colposo quando anche questo vada contro il senso di una diffusione della culturain senso stretto e lato.

Trovo vergognoso che la diffusione senza fini di lucro di opere ampiamente sfruttate dal punto di vista commerciale siano da codice penale e per fare alcuni esempi stiamo parlando di opere di Pirandello, di Eduardo, del Verga, di Totò… addirittura della Corazzata Potiemkin!

E’ necessario un voto a favore della vita

BagnascoIn questo clima di incertezza che coglie noi cattolici alle prese con il voto regionale sono state molto gradite e di sicura riflessione le parole del presidente della CEI Card. Angelo Bagnasco che in un suo intervento invita al “voto a favore della vita e contro l’aborto“.

In quanto cattolici non possiamo dimenticare che la difesa della vita umana, innanzitutto dal «delitto incommensurabile» dell’aborto in tutte le sue forme, è uno dei valori «non negoziabili» in base al quale i cattolici devono votare nelle prossime regionali.

I valori «non negoziabili» sono «la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna».
Su questo fondamento «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata».

L’aborto è «un’ecatombe progressiva», che si vuole rendere «invisibile» attraverso l’uso di pillole da assumere in casa.
«Che cosa ci vorrà ancora per prendere atto che senza il principio fondativo della dignità intangibile di ogni pur iniziale vita umana, ogni scivolamento diviene a portata di mano?»
«In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale».
«L’evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare».

Come non condividere e diffondere queste parole che per me sono fonte di genuina speranza in un mondo diverso?

Buon voto a tutti!

La difesa della vita umana, innanzitutto dal «delitto incommensurabile» dell’aborto in tutte le sue forme, è uno dei valori «non negoziabili» in base al quale i cattolici devono votare nelle prossime regionali.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: